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sono passati da qui *loading* incoscienti
Ma parliamo di inverno. Dov’è finito l’inverno? Lui con i 25 gradi che tirano oggi. Chiedo È l’estate di San Martino, no? Questo scirocco novembrino che travolge all’improvviso -come se qualcuno ti aspettasse in agguato fuori dal portone di casa per accenderti un phon in faccia- non è mica lo sbuffo incollerito di quel pianeta che stiamo provando a far collassare già da un po’, certo che no. Gravi scompensi e diffuso stato confusionale, fin da alle elementari. C’era un tempo in cui l'inizio di un temino sull’inverno faceva “L’inverno è quando mia mamma mi mette il cappottino perché dice che fuori fa freddo”. Ora un bambino delle elementari, per un temino sull’inverno, potrebbe ragionevolmente scrivere “Inverno? E io che cazzo ne so?”. Sono previsti tempi duri per le nuove generazioni -se mai avranno modo e tempo di esistere.
Ditemi che è l’estate di San Martino, vi prego. Altrimenti il caldo è solo un pezzo del trailer in anteprima di un film un po’ bruttino che non ho proprio voglia di vedere. Eccetto quella parte in cui la tempesta solare farà fuori la mia vicina del piano di sopra. Quella che ogni volta stende i panni senza piegarli e le sue lenzuola scendono fino alla mia finestra impedendo a quel po’ di luce di entrare. Ma tu guarda un po’ Gesù. Ho provato a dirglielo. Senta, mica è difficile. Faccia finta che le sue lenzuola siano un panino, le pieghi a metà e poi le chiuda sul filo per stendere. E poi andiamo: tutto ciò è imbarazzante. La casalinga è lei, chi sono io per dirle come si stendono i panni? Vuole che salga su a farglielo vedere? Non ci sarà mica bisogno di frequentare un corso di teoria e tecnica domestica per capirlo, certo che no.
Evidentemente però sì.
In attesa del 2012, ho deciso di occuparmi della mia vicina da sola, facendo leva sull’unica cosa per cui vivono le casalinghe: l’ossessione malata per l’igiene. Appena posso, esco a fumare sotto il suo balcone, così il fumo impregna tutta quella biancheria che più bianca non si può -ma più gialla sì e te lo dimostro io. Il male invisibile e serpeggiante delle mie sigarette sulle sue lenzuola pulite le salterà al naso quando meno se lo aspetta ed è bello sapere che di notte penserà improvvisamente a me. E molto romantico, per di più. Quando di fumare proprio non mi va, esco sul terrazzo con la mia gatta in testa, confidando nelle fissazioni feline per la cinetica, e lei, puntualmente, non delude. Resta appollaiata lassù come fosse una gallina e la mia testa il suo bell’uovo da covare, usciamo insieme barcollando e ci fermiamo sotto il lenzuolo invadente, entrambe con gli occhi in su.
Se quel giorno il vento non vuole proprio sostenere le mie annoiate e imbrattanti cospirazioni anti-casalinghe e non soffia manco a pregarlo, allora mi basta dare un colpetto con la mano al lenzuolo perché la gatta scatti dalla mia testa e vi si avvinghi come se fosse l’anima che il diavolo le sta strappando. Faccio un passo indietro e li guardo penzolare, lei e il lenzuolo, ad un ritmo rilassante, soddisfacente. Quasi ipnotico. Se il lenzuolo smette di dondolare e sta per finire lo spasso involontariamente offerto dalla vicina, ecco che le sue unghiette affondano di più, causando foretti che difficilmente potranno essere rattoppati.
Sono bei momenti.
Appena sento i passi pesanti della lavandaia compulsiva che si precipita sul balcone perché forse dall’interno ha visto il suo lenzuolo scivolare all’improvviso, devo solo sostituire prontamente il mio sorriso beota con un’espressione corrucciata e incattivita, precipitarmi verso la gatta ancora appesa a quel lenzuolo declassato ormai a pezze da polvere e urlare Cattiva, Maynard. Cattiva. Non si fa, puntando l’indice in modo molto incerto contro il suo muso involontariamente complice. Lei mi guarda con un pezzo di lenzuolo maciullato ancora in bocca e, chiaramente, non capisce ma sa che oggi i croccantini saranno di più. La vicina si affaccia, i capelli ricci e biondi le cadono sul collo proteso all’ingiù e tutto rosso, con lo sternocleidomastoideo che lì dentro sembra non volerci più stare per quanto è gonfio. I suoi occhi, se potessero, manderebbero dardi e vipere. Non volendo lasciare sola la scenografia demoniaca della sua faccia trasfigurata dall’ODIO, inizia ad urlare a squarciagola, nell’ordine: domande che non vogliono avere una risposta, improperi in palermitano basso-infimo, maledizioni per me e svariate generazioni a seguire, minacce tra l’antifemminista (ORA TI FACCIO VEDERE IO! - ORA CHIAMO MIO MARITO) e lo statale (ORA TI FACCIO VEDERE IO! - ORA CHIAMO LA POLIZIA). Ogni giorno la solita storia, con lo stesso noiosissimo copione. Io non dico una parola finché non smette un attimo, per riprendere fiato e non svenire -il che in genere la porta anche ad emettere uno strano singulto/risucchio voraginoso spalancando le fauci, tale da pensare che tra un po’ vomiterà verde e salirà le scale mettendosi a ponte e al contrario. Solo allora cerco di spiegarmi e le dico Guardi che mi scusi, ma la mia gatta dormiva sul mio letto e voleva solo un po’ di luce. Eheh. Che strani i gatti. Valli a capire. Le sorrido, dal basso, come se tutto fosse talmente chiaro da non meritare più alcuna spiegazione, mentre continuo a tenere in braccio la mia gattina e, piena d’amore e gratitudine, le liscio soddisfatta la testolina. La vicina non dice nulla, mi fissa con l’eruzione dell’Etna nei bulbi e la faccia schifata di chi ha trovato uno scarafaggio nella pizza. Penso che, dalla sua prospettiva alta, io devo avere davvero una grandissima faccia di culo e me ne compiaccio enormemente.
Dura poco, perché Lucifero in grembiulino e mocio vileda in mano, torna a far tempesta.
La verità è che quell’ingrata, al posto di basire platealmente sgranando ancora di più quegli occhi che tra un po’ escono dalle loro orbite per atterrarmi sul terrazzo, dovrebbe piuttosto ringraziarmi, dato che lei non lo sa, ma finora mi sono astenuta dall’attuare varie cose ben più orrende dell’appendere un semplice gatto alle sue lenzuola. Cose di sicuro più creative e impegnative, che mi sono state suggerite dalla gente che ha saputo dell’odio tra me e lei o semplicemente tra me e la sua biancheria sconfinante. Una mia cara amica, per esempio, mi ha consigliato di passeggiare sotto le lenzuola stese con le mani casualmente sporche di terriccio e strofinarle sbadatamente sulle stesse. Un’altra (questa qui senza dubbio più fashion della prima) di farmi una tintura ai capelli color viola, o blu, o sangue -qualsiasi colore stia sul cazzo alla candeggina insomma- per poi raggruppare i capelli ancora sotto tinta in un alto turbante e passare di lì, sempre accidentalmente, ché qualcosa, in quella mezzora in cui la tintura deve prendere, si dovrà pur fare. Invece io no, brava come sono, non ho fatto nulla di tutto ciò. Ancora.
Quindi, perché la spiegazione della gatta arrabbiata in quanto desiderosa di un po’ di luce non le basta? All’esigenza della gente non c’è mai fine. Infatti la mia vicina non si è proprio persuasa e, dopo quei pochissimi istanti di silenzio e gelo seguiti alla mia arringa perfetta, eccola qua, ancora a sbraitare dall’alto del suo balcone. La sua tenacia è ammirevole, devo riconoscerlo. E quel suo dolce sgolarsi, poi… Rivela chiaramente una cadenza squisitamente neomelodica che può derivare solo dall’ammirazione per il grande Gigi. A questo punto la sua agitazione è tale che mi accorgo di dovermi quasi spostare per scansare i suoi sputi. Non mi piace la piega che ha preso la situazione, tantomeno quella dei suoi capelli anni ’80. Così agguanto un lembo del suo lenzuolo sfilacciato e moribondo e le faccio ciao ciao con quello e la manina, per poi tornare dentro, chiudere la porta-finestra e continuare a godermi le sue urla che si sono fatte, grazie a dio e al vetrocamera, più soffici e ovattate.
La storia d’amore con la mia vicina è iniziata il primo giorno in cui mi sono trasferita qui. È scesa con la scusa di conoscere noi cari, nuovi condomini del piano di sotto e tutto ad un tratto, quando sembrava che le cerimonie -fasulle come il mio XP- si fossero finalmente esaurite e che si stesse finalmente togliendo dalle palle, ha cambiato faccia ad una velocità inquietante: da sorridente in modo fastidioso e gratuito com’era ha messo su il grugno serio del medico che sta per comunicare una diagnosi tumorale e ha detto
– Ma i vostri cani abbaiano?
No, pigolano avrei voluto risponderle. Come notoriamente fanno i cani, tanto per continuare. Invece le ho detto
– Sì, ma non così spesso. Quindi non si preoccupi – ma lei non sembrava affatto convinta.
Stupida me. Avrei dovuto immaginare che in certi condomìni un cane è un fattore determinante e fatale, a partire da cui si avvia un inesorabile processo di intolleranza senza ritorno. Se hai un cane che, proprio in quanto cane, abbaia, certi vicini si sentono liberi di poter fare qualsiasi tipo di cosa, a qualsiasi ora diurna e notturna. E non importa che in un intero giorno i secondi in cui il cane abbaia siano trenta. Il fatto è che quello è un cane, rappresenta una molestia pronta a scattare tipo bomba, mentre tu sei e sarai sempre per loro la persona malvagia ed egoista che non si è fatta alcuna remora nel portare quella molestia al rischio delle loro anime candide e delle loro vite placide. Che poi loro non si facciano alcun problema nello scambiarsi in continuazione vicendevoli urla e insulti irripetibili, non fa testo. Loro sono umani, il mio cane no. In conclusione, c’è tra me e loro un conflitto che potrà sanarsi soltanto quando smetterò di vedere la cosa esattamente al contrario. Fino a quel momento, i miei vicini si riterranno liberi di fare qualsiasi cosa –allo stesso modo in cui la notte io potrei decidere di sentirmi libera di fare frullati, recitare i Carmina Burana e avvertire l’impellente esigenza di accordare la Fender, probabilmente.
Questa vicina qui, per esempio, oltre a stendere i panni in modo da portare volutamente le tenebre nella mia stanza in pieno giorno, ama molto cambiare l’assetto della sua mobilia a partire dalle sei del mattino e, se non fosse la montanara che è, potrei pure pensare che abbia solo quell’ora a disposizione per dar sfogo alle sue tendenze di innovating interior designer. Ma lei è la montanara che è, fa quel che fa e lo fa alle sei del mattino perché io ho un cane che abbaia per trenta secondi scarsi al giorno.
Solo una volta ho provato ad addentrarmi nell’infausto mondo del dialogo-con-vicina-montanara appellandomi alla logica e al buon senso.
– Buongiorno, sì. Sono venuta a chiederle se potrebbe iniziare a spostare i suoi mobili non proprio alle sei, ma magari un’oretta dopo. Perché sa, da noi si sentono dei tonfi in stile scosse di terremoto celeste e quell’ora magari dormiamo ancora.
– Eh, no. Mi dispiace. Ma poi tu non dovresti lamentarti, dato che hai un cane che abbaia.
Ma che bella risposta della minchia.
– E cosa dovrebbe fare? Nitrire? È un cane lei, è una persona. Penso ci siano delle differenze.
– Mi stai mettendo sullo stesso piano dei tuoi cani?
– No, io no – le ho risposto e dio.. quanto ho sperato che fosse un pelo più intelligente del bastone di scopa che teneva in mano perché la mia brillante battuta non finisse lì così, ad aleggiare tristemente nell’aria per poi morire sul suo pianerottolo.
Credo che la mia vicina casalinga abbia iniziato ad odiarmi seriamente proprio qui e che conseguentemente abbia deciso di fare contro di me -l’offensivo capro espiatorio della sua vita di casalinga tutta- l’unica cosa che le riesce benissimo dopo il bucato: ogni giorno, ogni ora, ogni alba, ogni tramonto della sua casalinga vita, SCATRICIARMI LO SCROTO.
Che poi io non voglio fare la snob - perché io non ho bisogno di fare la snob, ché io sono già snob.
Però. Cara vicina, pensi in un modo che potrebbe far dubitare Darwin delle sue stesse teorie evoluzionistiche e per giunta lasci che l’astio nei miei confronti tradisca la regola fondamentale della stesura dei panni, quindi la tua stessa essenza montanara e casalinga. Non servono altre prove per dimostrare che è il caso che ti inventi un po’ una vita, mi pare. E poi urlare non è bello. Tanto più se lo fai senza conoscere i congiuntivi. E, dato che ci siamo, nemmeno la parte in cui svuoti i secchi d’acqua sul mio balcone e, quando io ti chiedo spiegazioni, ti giustifichi dicendo che “TANTO STA PER PIOVERE”, mi piace tanto. Ma se proprio dobbiamo dirla tutta, mi sta anche un po’ sul cazzo quando esco sul terrazzo e lo vedo pieno di monetine cadute dalle tasche dei tuoi jeans stesi. Tipo campo dei miracoli. E tu cosa fai? Cali giù un secchiello legato con un laccio alla tua ringhiera e lo lasci a penzolare per giorni?
Ma tu guarda un po’ Gesù.
Ma davvero credi che io, dopo che l’unica cosa che vedo ogni santo giorno dalla finestra sono le tue lenzuola delle Winx e di Winnie the pooh, dopo che all'alba vengo svegliata dal fracasso del tuo pavimento scorreggiante, prenda i centesimi che ti sono caduti e li metta in quel secchiello? Nel frattempo non so. Vuoi anche che te li faccia fruttare?
C’è qualcosa che mi dice che hai davvero capito un allegro nulla della vita.
A onor del vero, proprio oggi è successo qualcosa di straordinario, per cui la nostra love story potrebbe essere giunta ad una svolta decisiva. Oggi, dopo le ennesime urla al vento per le solite questioni, sono uscita in terrazzo e, stando a come la signora vicina casalinga si è immediatamente zittita, era chiaro che non se l’aspettava.
– Sai che penso? – le ho detto, serafica e innocente come una vergine – Penso che tu dovresti trovarti un lavoro.
E, approfittando dei secondi di attesa in cui il suo sternocleidomastoideo si sarebbe gonfiato per bene e i suoi occhi avrebbero fatto scorte di sangue sufficiente a lanciare lapilli infuocati, ho continuato
– Sì, sai. Un lavoro vero, qualcosa di più che lavare il cesso a tuo marito, che poi è lo stesso che ti proibisce di lavorare, giusto? Tristemente classico. Perché invece di fare la matta ai quattro venti non entri in casa e ne parlate? Potrebbe essere la volta buona, sì. La volta buona che finalmente ti fai una vita e TI TOGLI DAI COGLIONI, sì. TU E LE TUE LENZUOLA DI MERDA.
Quello che è successo dopo ha rasentato il tripudio del festino di Santa Rosalia e l’urgenza di una chiamata veloce veloce alla Neuro. Niente di nuovo, quindi. Così, mentre lei provava evidentemente a stabilire se le tonsille possano uscire spontaneamente di gola a colpi di urla, io ero già dentro, finestre serrate, con la visuale delle lenzuola svolazzanti. Un momento di alta poesia. La migliore coreografia a quello splendido e rincuorante suono che erano le sue urla attutite dai miei -il signore li abbia in gloria- vetricamera.
Cara vicina casalinga, per come la vedo io, tutto questo nasce dall'affetto sconfinato che ho per te: ti voglio bene come vorrei bene ad un protozoo in via di sviluppo. La mia è pura filantropia, cordialità disinteressata. Infatti da oggi in poi farò ogni cosa in mio potere per migliorare la tua casalinga vita. Per esempio. Ho deciso che entro un mese imparerai a memoria tutta la discografia dei Rage against the machine. E dio quanto li amerai. E sai perché li amerai? Perché non avrai scelta, te li sparerò a volume indecente ogni volta che potrò.
Nel frattempo te lo confesso: in questi giorni io quei soldi caduti dalle tasche dei tuoi jeans stesi li ho raccolti. E sai cosa ci faccio adesso? Mi vado a comprare un pacchetto di sigarette. E ora sì, prova ad indovinare dove me le fumerò tutte.. .
L’agente immobiliare
Pochi pratici punti per identificare nella folla un agente immobiliare, quindi allontanarsene SUBITO*
Utilità della ricerca: evitare uno dei moderni mali dell’umanità
Presupposti minimi: non dovere cercare casa
Riconoscere un agente immobiliare a vista è facile come individuare lo sposo ad un matrimonio.
È una questione di disperazione.
L’agente immobiliare va in giro vestito di nero senza la nonchalance di un becchino. Corto sui polsi o lungo alle caviglie, l'abito è stato presumibilmente acquistato dal fratello o nell’ottica azzardata del Così posso sfruttarlo anche ad un matrimonio (del fratello, appunto) o del In caso di crescita va bene uguale. In genere è un completo gessato e comprare un completo, per di più gessato, oggi è sbagliato. A meno che non si tratti di un piccolo gangsta in fase di sviluppo, un malavitoso anni 30 o Andy Garcia. In effetti qualche affinità con il poco illustre settore dei padrini c’è. Lo scopo più diffuso nel mondo dell’agente immobiliare è quello di accontentarsi del cottimo per lustri e iniziare a far carriera (carriera? Eh?) dopo aver conquistato la fiducia del capo dell’agenzia di zona.
Cioè, dopo essere riuscito a vendere Una casa molto carina, senza soffitto e senza cucina.
La vita ad un agente immobiliare inizia pertanto a sorridere verso i quaranta anni. Ed è un sorriso un po’ tirato, di quelli Te lo faccio per evitare che le dure leggi del mercato immobiliare t’ammazzino prima, ma devo proprio?
La vita, questo splendido e imperscrutabile muscolo involontario su cui si sono spremute le migliori meningi di tutti i tempi senza mai svelarne sufficientemente il mistero, non risparmierebbe mai un essere umano con il capello dell’agente immobiliare. Infatti cerca di negargli la felicità fintanto che può.
Il capello dell’agente immobiliare oscilla tra la lucentezza della gelatina incrostata e la consistenza della pece, e tra queste e la simpatia di quando si attacca ai polpacci. Per le donne è lo stesso. Nostalgiche, dei '90 non salvano Alice in chains e Nirvana, ma la frangetta, l’onda e la lacca. Tanta lacca. Quanto basta alla frangetta per trasformarsi in un elemento autonomo, insensibile a gravità e movimento, e al ciuffo piegato ad onda per essere a prova di bora (Il ciuffo immobiliare è un ciuffo che non deve flettersi. Mai). Quanto al maquillage, è impossibile non notarlo perché il trucco di un’agente immobiliare è l’eyeliner di Cleopatra, non di chi dice Hey, io so chi è Robert Smith: poche energiche pennellate di matita color morte et voilà! Due lasagne nere sopra e sotto gli occhi e buongiorno.
Gli agenti immobiliari usano un linguaggio non verbale finalizzato al raggiramento e, volendo guardarli per bene, non servirà il Dottor Lightman per scoprire che la loro presunta affabilità viene continuamente tradita da microespressioni che celano intolleranza, fastidio e odio profondi. Carrettate di bei sentimenti insomma, dovuti per lo più ad invidia (l’agente immobiliare sa che là fuori c’è tutto un mondo in grado di capire e farsi capire con poco sforzo, senza necessariamente imparare a memoria un discorso) o a rassegnazione (l’agente immobiliare sa -e da sempre- che neanche tutto questo sbattimento basta a garantire il risultato: potrà cercare di stupire il cliente recitando il Macbeth senza esitazione o facendo la ruota pure in quei giorni lì. Ma se al cliente non piace l’affare, non riuscirà a cavargli un centesimo neanche recitando il Macbeth senza esitazione, in quei giorni lì e a culo a ponte).
Non c'è dunque da stupirsi che l’agente immobiliare finisca col trovare ogni suo cliente ostile e ripugnante, e che suo malgrado lo tratti come tratterebbe la sua mamma.
Esempio.
Ag. Immobiliare: «L’immobile-misura-150mq-tripla-esposizione-cinque-ambienti-spaziosi-e-luminosi-infissi-in-vetrocamera-posto-auto-e-moto-coperti-balconi-verandati-solaio-interno»
Cliente: «Come ha detto che sono gli ambienti?»
Ag. Immobiliare: «Come, scusi?»
Cliente: «Gli ambienti. Come ha detto che sono gli ambienti?»
Ag. Immobiliare: «Ehm.. Coperti?»
Per far fronte ad un’imbarazzante deficienza neurolinguistica, l’agente immobiliare cerca di aiutarsi usando un lessico tipico, preciso e universale, ricco di odiosi vocaboli appresi durante un improbabile corso di formazione (il corso di formazione di un agente immobiliare dura due ore e le competenze minime richieste sono riuscire a stare in piedi e a dire C A S A). Di base, l’agente immobiliare suole ripetere in modo ossessivo e robotico
Sì, signora. No, signora. Sì, signore. No, signore, intercalando al tutto parole come “Contestualmente”, “A decorrere da”, “Laddove dovesse verificarsi”, “Va da sé”.
Esempio.
«Sì, signora. La struttura è degli anni ’50, contestualmente le tubature sono buone. Ma a decorrere dalla presa dell’immobile, laddove dovesse verificarsi un problema di perdite o infiltrazioni, va da sé che le spese rientrano nella manutenzione straordinaria».
Considerando che tutto questo potrebbe riassumersi in un semplice “La casa è vecchia, se te la prendi sono cazzi tuoi”, il modo di parlare degli agenti immobiliari è particolarmente inquietante, contestualmente ingannevole.
* E gli speranzosi tentativi di poter scrivere qualcosa senza per forza sputtanare qualcun altro, se ne sono andati. Così. A puttane, appunto.

Gli dico Allora, adesso entriamo in quella chiesetta del ‘600 e ci facciamo una bella dose di barocco siciliano. Fa’ il bravo, non dare confidenza ai preti ché poi tornano in cappella e si smanettano pensando alle focature del tuo pelo fulvo. Sta’ lontano da qualsiasi cosa somigli anche solo vagamente ad un angolino, ché poi mi tocca pulire il sagrato e non c’ho voglia. Vedi di pisciare fuori dal seminato, per favore. E sorridi, il barocco ti piacerà. Lui mi guarda scodinzolando energicamente. Poi rallenta. Infine smette. A me il barocco fa venire l’ansia. Appunto. Vuol dire che funziona. Storce leggermente il muso verso destra, rimette la testa a posto e fa crucciato Non sei troppo sconcia per entrare in una chiesa? Il suo musetto schiacciato indica il cartellone appeso all’inferriata del portico. Severamente vietato entrare in chiesa con pancia scoperta, minigonna e pantaloncini. Appunto. Non c’è scritto tette al vento. E poi lasciatelo dire. Sei pedante. Lui si stende a terra come un tappetino e sbuffa sotto le vibrisse. Loro sottoscrivono un comandamento in cui è severamente vietato commettere atti impuri, poi si inculano gli undicenni e io dovrei farmi scrupoli per una stupida scollatura? Ho 30 anni e sono una femmina, quindi del tutto inoffensiva. Tu piuttosto. Vai in giro con le grazie in bella mostra e sempre pronto all’erezione. Vergognati. Sarà, fa lui spazientito. Entriamo. Interno molto sciatto, fatto di un barocco nell’insieme assopito, qualcuno avrà detto allo scultore di risparmiare sullo stucco perché tanto i fedeli erano fedeli abbastanza.
Dentro è vuoto, fatta eccezione per quel lezzo di incenso che riuscirebbe a convertire anche i beduini. Guarda quel puttino tutto aggettante. Non è carino? Lui poggia il culo a terra e sbadiglia sguaiato. Quello non è un puttino. È un nano con l’esoftalmo, evidentemente ipertiroideo e con le alette rattrappite. Esoftalmico lui? E tu che sei un pechinese con gli occhi di un polpo e il muso introflesso di uno appena incidentato? Sai cosa sei? Sei un esserino pieno di conflitti interiori. L’invidia ti divora. Certo, sono invidioso di un putto con la testa che spunta da una lesena e il culo presumibilmente murato. Oh, attenta. Arriva un prete. Scodinzola. Che cazzo scodinzoli ai preti?
Scusi, ma i cani qui non possono entrare.
Cani? Quali cani? Faccia vaga. Cani come quello lì, mi dice indicando.
Oh, ma lui non è il mio cane. È solo il mio amico immaginario. Dato che lo vede anche lei, se vuole da ora può essere anche il suo. Sorrido amabilmente. Il prete guarda me con condiscendenza e le possibili vie di fuga con interesse. Capisco, ma vede. Questa è una chiesa, è un posto consacrato. Ha un colorito itterico e le mani giunte all’altezza dell’inguine. Lo so, gli rispondo, ma anche il mio amico è piuttosto consacrato dalle sue parti. Su, non facciamo xenofobia, ad ognuno il suo. Questa è la casa del suo signore, che xenofobo non lo è per natura e dicerie. Il mio signore? Non è anche il suo?, aggrotta le sopracciglia per curiosità chiaramente provocatoria. Ma non cederò. Ora gli stringo la mano e me ne vado contenta. Non dargli corda. Saluta educatamente e andiamo, mi bisbiglia lui saggiamente. Ha smesso di scodinzolare.
Vede, servirebbero ore, io ero venuta qui soltanto per fare vedere al mio amico un po’ di barocco. Non ho proprio tempo, mi dispiace. Arrivederla, padre. Faccio dietrofront sulla stessa navata da cui sono arrivata e sento dire al prete con voce più grossa di poco prima Ma se questo non è il suo Dio, perché mi chiama padre? Beh, perché è così che vi chiamano, no? Padri. Perché siete i padri dei vostri fedeli, che voi chiamate figli. Ok, ora basta. Risaluta e andiamo.
No, aspetta. 'Sto Neo tamarro... E appunto, lascialo stare alla sua santa Trinity.
D’altronde, nella parte del padre, è molto più facile far passare tutto per una colpa che voi e solo voi potete perdonare. È lavoro. Il perdono vi dà il pane.
Proprio non ce la fai a chiudere quella bocca. Mi scappa, su andiamo. No aspetta, deve capire. Ma capire cosa? Andiamo, altrimenti gliela faccio sull’inginocchiatoio. Come ha detto? Nulla, parlavo col mio amico. Ne ha molti di amici immaginari? Come lui, dice? Sì, come quello lì. Oh, mi ha chiamato di nuovo quello lì. Fagli il culo. No, lui è quello scarso. Per fortuna gli altri sono alti e gnocchi. Capisco. Vuole venire a fare due chiacchiere con me? Non le stiamo già facendo? Certo, però in un posto più tranquillo sarebbe meglio. Più tranquillo di una chiesa vuota c’è solo la tomba, con la differenza che lì non c’è modo di saperlo e il paragone è a senso unico. È un problema di coscienza e la mia sta a posto, vada tranquillo. Non volevo parlare della sua coscienza, mia cara. Solo di ciò che prima ha definito il mio dio e mio soltanto. Yahwn. Vede, dio è di tutti, sta a noi accettarlo nel cuore e coltivarne l’amore per sempre. Yahwn. Una volta scoperto, dio non abbandona mai nessuno.
Ok, ora conficcagli un paletto nel cuore. Perché non glielo conficchi tu? Perché non ho il pollice opponibile.
Ad un certo punto, sotto una cupola affrescata vorticosamente e delle teste d'angelo sporgenti, sono finita a parlare di dio. Con un prete. Farei prima a parlare di cucina con un’anoressica. Almeno siamo in piedi, evito il rischio di una parvenza di genuflessione anche da una diversa prospettiva o con un semplice CTRL – L.
Che ne ha fatto di dio? Se l’è mangiato il gatto, gli rispondo.
Avanti, signorina. Sia seria.
Sa che là fuori chiamare signorina una ragazza equivale a darle della battona?
Battona? Cos’è una battona?
La battona è una puttana. Una prostituta. Una bagascia. Una succhiacazzi a pagamento.
Signorina, la prego. Si ricordi che siamo in una chiesa.
Ha ragione, scusi. Una bagonda. Una escort. Una baldracca. Una Maddalena d’oggi.
Va bene. Ha reso perfettamente l’idea. Una donna dai facili costumi.
Già, una di quelle da Mestiere più antico del mondo. Ha presente, padre?
Sì, ho presente.
Ah. Bene. E non se ne vergogna?
Di cosa?
Di aver presente una puttana.
Oh, ma insomma. Non sia così provocatoria. Sa benissimo cosa intendo se dico di aver presente una prostituta.
Ah, lo so?
Sì, lo sa. Intendo dire che so cosa sia e cosa faccia, senza necessariamente averne conosciuto direttamente i favori.
Si sbrighi, allora.
Torniamo a parlare di Dio?
Guardi, tra dio e prostitute, preferirei continuare a parlare di prostitute. In linea teorica vado indubbiamente più d’accordo con loro. Almeno sono lavoratrici oneste e infaticabili. Il suo dio è piuttosto il capo di una multinazionale che macina soldi e anime a palate anche dopo aver dichiarato il fallimento.
Almeno sta ammettendo che ci sia. È già qualcosa. Arriverà un giorno in cui sapere che esista non le basterà, avrà bisogno di cercarlo e a quel punto mi auguro per lei di trovarlo quanto prima.
Ma scherza?
Certo che no. Me lo auguro con tutto il cuore. Ed è sincero nel dirlo, perciò c’è tanta pena.
Lei pensa davvero che un giorno potrei avere la voglia e il tempo di andare a cercare il suo dio?
Perché? È troppo impegnata?
Sì.
E da cosa?
Dalla vita.
Dalla vita?
Sì. Dalla vita. Sono troppo impegnata dalla vita. Ne ho una, è questa. È la mia. Il prima e il dopo non mi interessano. Mi preme il durante. E il durante è sottoposto a leggi irreversibili per cui va già quando lo si chiama. Ed è già tardi. Non ho tempo, padre. Non bastano i miei tre minuti per badare a rimettere l’anima chissà dove e chissà a chi. Per adesso è la mia e, fintanto che lo sarà, la nutrirò col solo dio che da donna sono in grado di conoscere.
E di che dio si tratta?
Dice chi sia quel dio?
Proprio quello. Chi è quel dio?
Quel dio sono io.
Interdizione davanti e scodinzolio esagerato sotto.
Sta per caso dicendo che lei è dio così come quel cane è il suo amico immaginario?
No. Io sono il mio dio, né il suo né di chiunque altro. A lei e a chiunque altro lascio il proprio e la possibilità di trovarlo dovunque vogliate. Ma le assicuro che non c’è bisogno di qualcosa a cui fare otto per mille favori. Basterebbe riflettere sulla vita e sul valore sommo da assumere nel frattempo. Il mio sono io, il resto è arredamento.
Capisco.
No. Non è vero. Lei mi guarda e davanti a sé vede una pazza che farnetica con amici immaginari e definibile a buon diritto maniacale e megalomane. Ma sarebbe un diritto buono solo in funzione antiindividuale. E va bene così. Deve essere così. Non può essere altrimenti. Il suo valore è qui dentro, nell’ostia consacrata, nelle scritture e nelle proiezioni inverosimili o, per lo meno, momentaneamente inutili. Quelle che per lei sono verità ontologiche, per me sono storielle che, anche se avessi il tempo di leggere, non condizionerebbero il mio sonno. Perché su quello non ho alcun controllo, se non una parvenza di idea che non fa parte del mondo dei miei sensi e che quindi è nulla.
Non crede di essere un po’ troppo arrogante?
Perché mi preme la vita e mi disinteresso del resto?
Anche.
No, padre. Mi sentirei arrogante se sciorinassi supposizioni spacciandole per verità assolute. Se parlassi usando robaccia come Per sempre, Infinito, Tradimento, Esatto, Vero, Colpa, Assoluto. Sarei arrogante se, pur conoscendo il corso di una storia che ha tentato di perseguire quell’innaturale robaccia, non facessi niente per evitare che continui ad offendere la vita. È una cosa che da sé richiama a sé e in confronto il suo dio è una banale sottocategoria.
Sarà nelle mie preghiere, cara.
Con o senza tette?
Il suo amico immaginario ha appena fatto pipì sulla mia scarpa.
È un cane. Dove altro avrebbe dovuto farla?
Ho vissuto ventisette agresti anni in una casa in cui le sveglie erano i cinguettii degli uccellini e il silenzio era tale che il sorgere del sole faceva quasi rumore. Ora ho cambiato baracca. Evviva la poesia, tutto era bello, verde e fiorito, ma i burattini avevano ricevuto uno sfratto grosso quanto il culo di un Botero e di malavoglia sono stati costretti a mettersi a dieta. Al posto dei chili, ad andare via sono stati i piani. Uno al posto di tre. Per mia madre è una fortuna. «La cosa che più mi piace di questa nuova casa è che adesso staremo tutti su un piano» Se quantifichiamo, i tutti di cui parla siamo io e lei, e ancora non vedo dov’è il culo. Una folle che, forse per l’età, trovi vantaggioso non fare più le scale? Io tornerei a farle volentieri quelle scale di legno lise da ventiquattro anni di corse e tre di cadute, e andare al piano di sopra quantomeno per poter vedere il mare da una finestra – o i miei vicini papponi che arrostiscono crasto a bordo piscina.
Basta con i romantici solfeggi. Un primo piano ha davvero i suoi vantaggi. Per esempio quello di assistere alla raccolta dell'immondizia. Mai sottovalutare il fascino della quotidianità, soprattutto quella cestinata. Mi ero sempre persa la deliziosa cura dei camion nell'accostarsi perfettamente ai cassonetti, l'emozionante momento del salto degli intrepidi spazzini (burp, operatori ecologici), la malinconica immagine del camion carico degli escrementi dei miei cani che si allontana verso il magico mondo sovratassato delle ceneri. Quanta bellezza nella downtown.
Poco fa, proprio mentre addentavo il primo pezzo del primo fungo delle prime pappardelle della prima cena nella mia prima nuova casa, immaginavo, da fantasciccosa psicolabile cresciuta con gli uccellini, che da tutto questo verrà fuori una persona veramente yeah, talmente yeah da saper discutere delle dinamiche di raccolta della spazzatura e di riunioni e/o omicidi condominiali. E ai vari vantaggi di una nuova casa c'ho pure creduto, ma sapevo che stavo fingendo. Non ho avuto neanche il tempo di dedicarmi alla mia patologica impostura che nel giro di pochi attimi è piombata una sequenza velocissima di sirene, sgommate e un botto da infarto dalla strada al mio soggiorno con furore. E la pappardella mi si è fermata in gola. Ho tracannato un bicchiere d'acqua mentre mia sorella cercava una biro per farmi una tracheotomia, «Ok, sto bene» e sono rimasta impietrita a guardare le veloci scie blu delle sirene riflesse sul pavimento del corridoio. Che gittata potentissima 'sti poliziotti, pensavo. Sono corsa alla finestra del salone che dà sulla strada trafficata in cui scorrazzano i miei nuovi vicini cittadini cercando Erik Estrada, ma c’erano solo un motorino per metà a terra e per l'altra incassato nel paraurti anteriore di una macchina parcheggiata all'angolo di una strada in curva, la volante che ha reso il mio salotto una pista psichedelica e dietro, sull'asfalto, il segno nero di una frenata di cinque metri. Un poliziotto piuttosto figo in piedi, accanto lo sportello del guidatore, mani in tasca, si guarda intorno camminando a passi larghi. Dall’altra parte, lo sportello del passeggero è rimasto aperto. Quindi, ricamiamo: o due poliziotti annoiati stavano rincorrendo un ragazzino sulla moto, l'hanno preso in pieno e uno dei due è andato ad occultare il cadavere (ma la polizia non fa ancora di queste cose di fronte a gente affacciata al suo balcone che sta assistendo a questo dolce spettacolino notturno, quindi questa è un'ipotesi futuribile, ma del cazzo), oppure si sono dati all'inseguimento di un poveraccio truffaldino che curvando si è impolpettato contro una macchina e si è dato alla fuga. A quel punto una delle due sottopagate guardie dello Stato sarà scesa molto atleticamente dalla macchina non prima di essersi molto scenicamente passata una mano sui capelli. La trama si fa interessante, aspettiamo dunque il ritorno da vincitore del collega per avere la nostra buona dose di catarsi quotidiana. E infatti, pochissimo dopo, eccolo spuntare dalla quinta laterale, camminando dietro un ragazzino che avrà al massimo 14 anni, in manette, con le braccia stirate dietro la schiena e un'espressione non proprio contenta. Qui ci sta l'applauso. Tutti hanno quello che volevano, giustizia è stata fatta, un bell'applauso cittadino ci starebbe. E infatti arriva, timido e stonato, come se chi lo sta facendo temesse dall’alto del suo balcone di essere riconosciuto dalla folla buia e poi punito per la parte presa. Applaudire è un ottimo modo di dissacrare qualcosa, ma qui la cosa è vera e un vero applauso non basta.
Per quanto mi ricordi, nel vedere un sedicenne che torna da un disperato tentativo di fuga, strattonato e violentemente costretto a salire in macchina battendo ripetutamente la testa allo sportello, un po' di soddisfazione vorrebbe esserci. O dovrebbe esserci.
Sto diventando amorale.
E rutto pappardelle.
Crisi del cazzo.
Queste cazzate sono state scritte davvero la prima sera in cui sono andata a stare in una nuova casa, circa un mese fa. Nel frattempo ne sono successe di cose. Alcune divertentissime. Come quando un motorino parcheggiato sul marciapiede davanti il mio palazzo ha preso fuoco, distruggendo la macchina posteggiata alla sua destra.
La mia era quella a sinistra.
Ringrazio ancora dio Eolo per aver spirato almeno una volta dalla parte giusta.
Ma la cosa che ad oggi resta la più divertente tra tutte succede ogni mattina, quando esco in terrazza a bere il mio caffè e al posto del mare e degli uccellini vedo il vecchio signore del palazzo di fronte (cui la mia fantasia ha dato il nome di Totuccio) che, puntualmente, si affaccia al suo balcone, si smanetta deliziosamente il pacco, con una sistematicità quasi commovente stende il culo di lato per alcuni secondi e infine rientra in casa, visibilmente soddisfatto.
tutto bene??
ciao
Luca
Tutto bene?
A Natale?
Come chiedere ad uno stitico se gli piaccia la limonata.
A Natale va bene un cazzo.
Non perché sia cattiva in sé la festività, anzi. La storia della natività col bue e l’asinello è molto toccante e i regali dei re magi sempre meglio della solita bottiglia di vino.
Però è indiscutibile che a Natale niente vada davvero bene.
Perché la gente che va dietro al Natale non sta mai davvero bene.
Quindi sarò pure la solita infantile riottosa, ma scatta l’odio violento e spietato per tutto quel che sotto Natale nasce, cresce, muore.
Dall'odio salvo solo i Francescani del convento di fronte casa, solo perché i vecchietti barbosi che vanno in giro in sandali anche d'inverno meritano stima e ammirazione, oltre al posto che spetta loro di diritto in paradiso.
Mentre tutti quelli che a dicembre parcheggiano in tripla fila perché Natale vuol dire intasare i centri commerciali e mi fanno fare tre giorni di coda perché a me serve un banalissimo mouse nuovo e loro hanno ben deciso di svuotare un intero negozio, meritano anatemi e purgatorio.
C'è il bisogno maniacale di spendere convulsamente la tredicesima?
Perfetto. Erigiamo una cittadella dove chi ne ha una possa andarsene a 'fanculo senza per forza rendere invivibile un intero centro storico? Propongo Bellolampo: dal produttore al distributore al consumatore alla monnezza, accorciamo pure l'iter classico del consumo e niente più TARSU.
"Stanco della solita gente che a Natale vuole solo passeggiare per la sua città?
Vieni a Bellolampo.
A Natale puoi
fare quello che non puoi fare mai
È Natale e a Natale si può fare di più
Per noi
A Natale puoi
Le feste a Bellolampo: un Natale agevolmente acquistabile. Immediatamente defecabile".
Oggi, mentre aspettavo di pagare il mio piccolo mouse di merda, ho ingollato qualsiasi cioccolatino e ogni cosa gli somigliasse nel raggio di cinque metri. Dopo un po' ho finalmente capito perché in tutti i negozi del mondo le porcherie da mangiare siano sempre vicino le casse, solo che era troppo tardi, perché ero già ciccia, brufoli e quasi in peritonite. Eppure sussiste il mistero della fede natalizia: perché, oltre ai cioccolatini e alle gomme da masticare, gli scaffali delle casse pullulano di rasoi e preservativi? Che va bene ingannare l'attesa sgranocchiando qualcosina, ma farsi una depilazione o qualcuno mi sembra eccessivo, un atteggiamento molto poco natalizio .
Anche perché ci sono i minori. Il popolo dei centri commerciali sotto Natale è fatto dai bambini. Solo che non sono bambini normali. Sono piccole bestie dopate.
Il bambino tipo in un centro commerciale ha smesso all'improvviso di appartenere alla categoria dell'homo erectus: non si muove su due gambe, ma per lo più striscia sul pavimento strattonato per un braccio dalla mamma che non bada alla frattura dell'ulna subita dal figlio perché è troppo presa dai mestoli Guzzini. Quando il bambino inizia a scivolare sulla pozzanghera delle sue stesse lacrime e intorno al loro esempio di famiglia felice s'è raccolto un folto numero di spettatori pronti a chiamare gli assistenti sociali, la premurosa mamma solleva finalmente il piccolo inferocito e borbotta qualche ipocrita vezzeggiativo mettendosi la bocca a culo di gallina.
«Mu cicciu, c'è bisognu di furu cusì?»
Ma il bimbo, ormai in preda ad una crisi isterica, giustamente la schiaffeggia. Per punirlo, la mamma gli ficca in bocca il ciuccio più e più volte caduto a terra, forse sperando che a quel punto il figlio muoia per infezione da acaro.
Il motivo per cui i bambini preferiscono una frattura al braccio piuttosto che continuare a girare coi loro genitori per i centri commerciali è chiaro: assistono all'acquisto di cose assurde e abominevoli ma, non potendo esternare adeguatamente il loro disappunto, simulano imminenti attacchi epilettici e convulsioni. Purtroppo non si sentirà mai un bambino di cinque anni dire alla sua genitrice “Madre, in questo periodo di crisi universale, comprare un cicciobello che rutta se lo premi mi sembra decisamente fuori luogo e anche un po’ offensivo”. Invece lo si vedrà dentro un carrello della spesa a diventar paonazzo e dare violenti calci all’aria.
Uscendo dal centro commerciale, ho visto una signora e sua figlia che facevano la fila per farsi incartare il "Set dell'Ironing Girl" che non pensavo potesse essere quello che avevo temuto, ma lo era: un'asse da stiro e uno appendiabiti in miniatura.
La bambina aveva il volto rigato dalle lacrime evidentemente appena versate copiose e adesso era notevolmente perplessa.
Se avessi sette anni e mia madre mi regalasse il "Set di Iron Girl", la denuncerei per danni morali e istigazione alla vita domestica.
E le commesse. Vogliamo parlare delle commesse?
Le care commesse (quelle che io tratto sempre con grandissimo rispetto e garbo e che, di risposta, mi rimandano occhiatacce da tantolosochetifacciosolopena o, ben che mi vada, puntuale indifferenza ad ogni saluto che porgo) si mettono a lavorare dopo essersi date appuntamento alla Città della Lentezza.
E se capita che un cliente chieda ad una di loro "Scusi, potrebbe dirmi il prezzo di questo?", nel tempo che questi impiega a porgerle l'oggetto in questione, lei gli lancia il più uterino degli sguardi, gli sgancia un sorriso al veleno pur avendo un crocifisso di tre chili appeso al collo e, quando infine la principessa sullo sgabello risponde "Certo, dia qui", sembra che le abbiano chiesto di scorticarsi il petto e spremerci sopra una spugna imbevuta di limone.
Un po' di leggerezza, suvvia.
Le misere sette ore in cui fate nulla fuorché poggiare il culo su una sedia sono un problema?
Crema per piaghe da decubito e andiamo.
E per cortesia, vogliamo aiutarle a truccarsi un po' meno da Incantevole Creamy?
Che bisogna fare perché le commesse capiscano che le probabilità di essere notate da un talent scout mentre passano allo scanner il codice a barre di Guitar Hero è davvero bassa?
Creare un gruppo su facebook?
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